Imparare l’arte in Etiopia
Dawit era il padre di uno dei nostri allievi di terza media. Veniva spesso a scuola per vedere suo figlio, un ottimo studente. Sapevo che era un artista di buon livello e volli prendere da lui lezioni di disegno. Viveva nella zona di Entoto, nella città alta. La sua era un’abitazione semplice, non mostrava segni di eccentricità, la moglie e i figli erano dediti ai loro compiti in silenzio. Pochi lavori al cavalletto e grandi occhi per guardare me, l’ospite bianco che voleva imparare da lui. Il viso era scarno e le orbite oculari apparivano enormi come in molti dipinti della tradizione pittorica etiopica. Gli occhi scuri avevano una forte luce di speranza, figlia dell’umanità che cerca il giusto riscatto. Nelle sue lezioni mi invitava a trovare gli spazi giusti nel foglio, a identificare le masse, le forme e solo successivamente i dettagli. Era un’operazione che non riuscivo a svolgere e, poco a poco, i suoi occhi persero lucentezza di fronte ai miei insuccessi. Gli incontri si diradarono dietro una povera cortina di scuse e ritardi da parte mia.
Mi rendo conto adesso di aver smarrito allora la via giusta a causa della mia negligenza, come accade spesso nelle amicizie. Lo andai a trovare prima di partire definitivamente dal Paese, ci scambiammo frasi di circostanza nella sua casa vicina agli eucalipti di Entoto. Era solo, la finestra era aperta e il profumo di quelle piante era penetrato nelle stanze. Sul cavalletto si trovava uno stupendo San Giorgio, un tela non finita, un lavoro da concludere, un lavoro su commissione, mi disse che lo impegnava molto, riprendeva la tradizione dello stile bizantino diffuso in Etiopia, era molto bello, un pezzo unico di gande valore artistico.
Mi resi conto di aver perduto un maestro. Una sua frase sincera di commiato mi fece comprendere la sua passione per l’arte: “ Io non amo il lavoro, amo l’arte, i colori e le forme mi fanno sentire vicino a Dio”. Non aggiunsi nulla per evitare banalità, ma compresi la sua grandezza umana, provai rammarico nell’aver rinunciato al sapere e alla forza dei suoi occhi incavati nel viso scarno.