“La porta del non ritorno”, un romanzo che segue un percorso storico.
Questo lavoro di David Diop, scrittore senegalese molto apprezzato in Francia dove è nato e vive ancora in possesso di un legame stretto con la cultura africana delle sue origini, è un romanzo scritto in prima persona, segue uno stile epistolare, è un lungo racconto rivolto alla figlia Aglaè cui trasferisce la testimonianza di un esperienza personale intensa. Per seguire la narrazione svolta da Diop, accompagniamo il protagonista fra due realtà assai diverse per motivi di natura storica e culturale E’ un bianco, francese, ben saldo nel settecento scientifico, un botanico alla ricerca di piante e fiori in Africa, un classificatore attento e ordinato, un figlio della cultura enciclopedica del suo tempo. Il divario che dà forma al romanzo è la conoscenza diretta e amara dei drammi umani di molti senegalesi che vengono venduti, spesso uccisi o mutilati, inviati nella Americhe senza avere alcun diritto La località di partenza è l’isola di Gorèe, in Senegal, è una porta senza ritorno per molti di loro. I mercanti francesi, nelle concessioni governative d’oltremare traevano lauti guadagni dal commercio degli schiavi, spesso acquistati nei villaggi della zona, catturati anche da mercanti arabi o venduti dagli stessi parenti. La cultura europea di Adanson perde significato di fronte alla narrazione di una giovane acquistata per la sua giovinezza, in procinto di attraversare l’Atlantico per una vita ignota, ma sicuramente terribile. Lo studioso sente una profonda partecipazione per la sorte della donna, Mam il suo nome, dialoga con lei, utilizzando la lingua Wolof, muta il proprio punto di vista, si immerge nella cultura magica e poetica con cui viene a contatto. Il romanzo costituisce un efficace strumento, data l’ambientazione storica, per rilevare un momento di confronto fra universi distanti. Come in altri lavori letterari del presente, nel quadro della cultura postcoloniale, l’autore mette in evidenza l’elemento magico che regola e influenza la vita africana ancora oggi. Un contributo di conoscenza che affascina e dà senso alla narrazione. Nelle lettere alla figlia, un atto riparatorio per l’assenza del padre spesso in viaggio, Adanson rimuove pregiudizi diffusi e afferma: “La loro lingua mi ha permesso di capire che i neri hanno coltivato ricchezze diverse da quelle che perseguiamo noi, dall’alto dei nostri vascelli. Quelle ricchezze sono immateriali”